domenica 19 maggio 2013

QUESTO E' L'APPELLO INTERNAZIONALE CONTRO LA BIBLIOMETRIA

Un appello che si può firmare.
E, insisto, sarebbe ora interessante sapere cosa hanno da dire l'Anvur e tutti i vari don Ferrante delle valutazioni numerologiche.

venerdì 17 maggio 2013

IMPACT FACTOR

Desidero ringraziare il lettore che ha segnalato questo editoriale della rivista Science sulle distorsioni dell'Impact Factor.
Ed ora cosa diranno gli "anvuriani" e tutta la banda dei valutatori quantitativi? Che anche l'editor-in-chief di Science è un nemico della valutazione e della scienza?...

lunedì 13 maggio 2013

ANALFABETISMO


Sul Corriere della Sera di oggi il Direttore generale della Fondazione Collegio delle Università Milanesi, Stefano Blanco, scrive in difesa delle valutazioni numeriche (in particolare i test Invalsi). Oserva che, al rifiuto di farsi valutare «si affianca un atavico (?) scetticismo, se non, in taluni casi, analfabetismo per i numeri e quindi per ogni metrica di misurazione». Ci guardiamo bene dal chiedere al Direttore di imbarcarsi nella missione impossibile di spiegare un'espressione insensata come «metrica di misurazione». Anzi, è l'occasione per dirci totalmente d'accordo con lui quando parla di analfabetismo numerico e – aggiungiamo – anche linguistico. 

mercoledì 8 maggio 2013

Dal feudalesimo all'impero


Il carattere circolare del pensiero umano è dimostrato dalla comparsa di idee in cui genialità e idiozia si confondono. Tale è quella di valutare la produzione scientifica senza leggerla. L’idea chiave di tale trovata straordinaria è di contare le citazioni degli articoli. Il buon senso dice che si cita anche per ragioni estranee al valore del testo citato: per servilismo, per appartenenza di gruppo, o per screditare. La sociologia delle citazioni è nata proprio per dimostrare il carattere soggettivo di tale pratica. In spregio dell’evidenza, essa è stata rovesciata per farne un metodo “scientifico”: la “bibliometria”, basata su parametri (h-index, impact factor) che indicherebbero la qualità delle pubblicazioni scientifiche e delle riviste che le ospitano. Ci vorrebbe molto spazio per descrivere questa pseudoscienza, spesso praticata da chi non ha più nulla da dire nel proprio campo; e per descrivere le dure critiche che hanno mostrato come tale sistema automatico non solo sia pieno di falle, ma incentivi le truffe, la creazione di cordate accademiche e il conservatorismo intellettuale. Difatti, chi sarà tanto sciocco da pubblicare in una rivista con una bassa quotazione? O si lancerà in ricerche innovative ignorate dalle correnti dominanti?
Sta di fatto che in nessun paese al mondo la “bibliometria” è un sistema di stato per valutare la ricerca e promuovere gli avanzamenti di carriera: è usato localmente (in vari modi) da certe istituzioni, da altre no. L’Italia, arrivata per ultima, ha messo in campo la tendenza inveterata a introdurre statalismo e dirigismo burocratico ovunque sia possibile, costruendo una valutazione di stato in mano a un’agenzia di stato, l’Anvur. Il carattere universale del sistema ha posto però il problema che la bibliometria viene fatta da ditte private statunitensi per il solo settore delle scienze matematiche e naturali. I settori umanistici si sono ribellati a un sistema che avrebbe considerata inesistente la loro produzione. Così, è stato inventato per loro un sistema ad hoc, classificando le riviste in tre categorie, A, B, C. Tale classifica l’hanno fatta apposite commissioni, con risultati sorprendenti, talora evidentemente assurdi e fonte di ricorsi legali. I paladini di questo sistema accusano chi protesta di non accettare la “meritocrazia”e proclamano che l’intento è di superare, con giudizi “oggettivi”, gli arbitri con cui nelle commissioni si facevano accordi indecenti. Già, ma in cambio si è offerta alle cordate accademiche un’opportunità ben più allettante. Difatti, chi riesce a piazzare le riviste “sue” (o di amici) in serie A o si impossessa delle riviste “migliori”, controlla il processo di reclutamento dei giovani in modo totale e senza neanche la fatica di telefonare per costruire accordi e contrattare scambi. D’ora in poi, chi vuole andare avanti in un certo settore sa che, se non pubblica sulle riviste di chi comanda, è fuori gioco. È il passaggio dal feudalismo alla monarchia e, in certi casi, all’impero.
Cosa fare? Tornare al buon senso e rinunciare all’obbiettivo di mettere le braghe al mondo. Le pubblicazioni si valutano solo leggendole. Se sono troppe, basta chiedere ai candidati di indicarne una decina che ritengono rappresentative della qualità della loro ricerca.
(Il Giornale 8 maggio 2013)

domenica 5 maggio 2013

giovedì 2 maggio 2013

LETTERA APERTA AL MINISTRO CARROZZA


Gentile Ministro,
in primo luogo molti auguri. Ne ha davvero bisogno chi si accinge a governare un ministero (doppio) che, di solito, non viene menzionato tra quelli pesanti ma che è, al contrario, uno dei più strategici e difficili. È strategico perché si parla continuamente della centralità dell’istruzione nella “società della conoscenza” e poi la si tratta come l’ultimo dei problemi, o la si considera in termini meramente economici e occupazionali. È difficile non solo per la congerie dei problemi che si sono accumulati in anni di uso strumentale dell’istituzione, come ammortizzatore sociale, bacino elettorale, terreno di sperimentazioni di teorie cervellotiche e di riforme mal fatte o stravolte. Ma anche perché qui si manifesta, forse più che altrove, un male giustamente indicato giorni fa da Osvaldo De Paolini sul Messaggero: la difficoltà di «varare norme applicabili subito, senza che ci si debba perdere nel labirinto dei regolamenti attuativi, dominio assoluto di una burocrazia parassitaria che pensa soltanto a perpetuare se stessa».
Si parva licet, ho sperimentato una siffatta esperienza con il progetto dei TFA (Tirocini Formativi Attivi) che contribuii a varare con un’autorevole commissione e che arrivò a destinazione completamente stravolto nello spirito e nella lettera. E tutti sanno quale scempio hanno fatto i decreti attuativi della riforma universitaria, qualsiasi cosa se ne pensi. Il minimo che si possa dire è che l’intento tanto declamato che fosse necessario costruire un sistema di verifica e valutazione a valle si è trasformato in un sistema di verifica e valutazione a monte, di una rigidità che non ha uguali in alcun paese al mondo.
Il primo augurio che le si deve quindi fare è che riesca a esercitare pienamente la sua funzione di ministro, e a non farsi ridurre al ruolo di “re Travicello” dal prepotere di una burocrazia e di una dirigenza che ha sempre detto, neanche sottovoce, che “i ministri passano e noi restiamo”; e da enti cui è stato dato un ruolo smisurato e fuori controllo come l’Anvur, l’Invalsi e l’Indire. Quando si legge, sulle pagine di questo giornale, un’intervista al Commissario dell’Invalsi in cui si fanno proposte e si indicano soluzioni per l’esame di maturità ci si chiede: a che punto siamo arrivati? Non è il ministro e la politica, il parlamento, che dovrebbero proporre e disporre, mentre l’intendenza dovrebbe seguire ed eseguire? Qui siamo ridotti al contrario. Non è quindi strano che, in un’opinione pubblica esasperata da un modo di governare poco trasparente, le poche istituzioni che conservino un prestigio elevato siano i carabinieri e la polizia, usi a obbedir tacendo, poiché ancora non si è dato il caso che neppure un altissimo ufficiale di quei corpi si sia presa la libertà di indicare pubblicamente al ministro dell’Interno quali scelte fare in tema di ordine pubblico.
I problemi che lei dovrà affrontare sono tanti e tali che non potrebbero essere seriamente elencati e discussi in un pezzo giornalistico. Mi limiterò a un tema generale che desumo da una sua confortante e, per me, totalmente condivisibile dichiarazione che spero di riportare fedelmente:
«Per rendere il sistema meno soggetto a problemi di corruzione e localismo nel corso degli anni è stato impostato un sistema di selezione che tende a inserire rendicontazioni, controlli e utilizzo di indicatori numerici. Il fine è rendere meno soggettivo e più automatico possibile il processo di selezione sia nel campo del finanziamento alla ricerca che nel reclutamento dei ricercatori. Sembra una lotta fra il bene e il male ed è come se rendere il processo di scelta automatico e basato sui soli numeri ci salvasse dalla tentazione dei decisori di manipolare il sistema. Il risultato è che abbiamo messo in piedi un sistema involuto e farraginoso, ed abbiamo perso l’obiettivo primario di combattere le manipolazioni. Abbiamo perso anche la finalità di diffondere un’etica pubblica basata sulla reputazione e sulla responsabilità personale di cui l’Italia ha un gran bisogno».
Ecco, vorrei partire da queste ultime parole che, senza esagerazione, hanno aperto il cuore a molti: «etica pubblica basata sulla reputazione e sulla responsabilità personale». Finalmente sentiamo parlare di “persone” e di “responsabilità personale”, dopo che per anni si è prospettato come unico modo di valutare il comportamento degli attori principali della scuola e dell’università – insegnanti e ricercatori – con determinazioni automatiche, macchinali, pretesamente “oggettive”, basate su parametri numerici e che, deliberatamente, fanno astrazione della specificità delle persone, e pretendono di trasformare qualità e contenuti in numeri.
Da anni si ripete la stessa canzone: “chi si oppone a indicatori numerici, test, tabelle, certificazioni, ecc. non vuole la valutazione, non vuole essere valutato perché vuol fare il comodo suo”. È una canzone falsa e ricattatoria, perché non volere un certo tipo di valutazione non vuol dire che non si voglia alcuna valutazione. Naturalmente c’è chi ragiona così – nullafacenti e corrotti esistono nel sistema dell’istruzione e della ricerca come ovunque – ma questo non autorizza a coglierlo come pretesto per imporre sistemi insensati che hanno come unico esito di trasformare l’insegnante in un burocrate, in una macchina soggetta alle prescrizioni di enti e soggetti sottratti ad ogni controllo e valutazione.
Quest’anno, quando ho iniziato il mio corso, un collega mi ha chiesto se mi “disturbava” che venisse a sentirmi. Ho considerato che la sola ipotesi di una risposta affermativa sarebbe stata scandalosa e, d’altra parte, ho sentito che questa presenza rappresentava un “controllo”, uno stimolo pressante a fare il massimo e, in definitiva, era un’occasione da cogliere, che avrebbe potuto far bene alla qualità delle mie lezioni. Ho accettato questo (e accetterei valutazioni scritta di un collega), ma avrei respinto recisamente una valutazione fatta da esterni, magari da una equipe di statistici o di “economisti della scuola” (la nuova moda dilagante) sulla base di questionari, schede di valutazione degli studenti a base di domande cui è impossibile dare una risposta sensata a quel livello di maturità, o di parametri quantitativi. Nel campo della ricerca scientifica interi settori, come quello della storia delle discipline scientifiche, si stanno inabissando in quanto inesistenti dal punto di vista dei parametri messi in opera in modo cieco e sconsiderato dall’Anvur, il quale nella sua furia dirigistica pretende persino di valutare università, corsi e docenti attraverso la valutazione (ovviamente automatica, a test e parametri vari) degli apprendimenti degli studenti, oltretutto annullando di fatto l’autonomia universitaria.
È quindi su questo tema centrale della valutazione che vorrei attirare la sua attenzione, nella consapevolezza che esso è all’origine di un profondissimo disagio nel mondo dell’istruzione e della ricerca. E qui vorrei pregarla di non vedere questa questione a livelli separati: università, ricerca, scuola. La questione è unica e unica è la via sbagliata su cui ci stiamo incamminando. Anvur, Invalsi e Indire sono l’unica faccia di un’unica scelta. L’Anvur, che doveva organizzare la valutazione ex post del sistema dell’università e della ricerca, ha predeterminato i criteri di valutazione per l’abilitazione dei docenti universitari e delle commissioni giudicanti, sulla base di parametri numerici a dir poco discutibili (e in vari paesi proscritti), e ora pretende, come si è detto, di governare ogni aspetto di quelle istituzioni. L’Invalsi sta passando dalla funzione di valutazione del sistema dell’istruzione a quello di valutazione diretta degli studenti, con discutibilissimi apparati di test, sottraendo sempre di più questa funzione agli insegnanti, e introducendo la disgraziata tendenza al “teaching to the test”, e creando la moda della didattica a quiz, con la risposta “chiusa” a caselle o su poche righe tratteggiate. Come genitori, assistiamo sconcertati e impotenti a tale deriva che disabitua i nostri figli alla lettura di più di mezza pagina, alla riflessione complessa, al ragionamento dispiegato, al fraseggiare che vada oltre i singulti espressivi, che induce a incasellare tutto in schemini stereotipati. Si straparla di migliorare gli apprendimenti della matematica e invece si diffonde una matematica sempre più calcolistica, arida, definitoria, enigmistica, che non può non suscitare ripulsa. Nella commissione che ho citato all’inizio, si erano progettate lauree specifiche per la formazione degli insegnanti il cui affossamento, assieme allo stravolgimento dei TFA, prelude al passaggio del sistema della formazione degli insegnanti a un organismo burocratico come l’Indire, sottraendolo all’unico soggetto culturalmente sensato: la collaborazione tra scuola e università.
Nessuna persona seria e onesta che lavori nel sistema dell’istruzione può rifiutare la valutazione, ma un serio sistema di valutazione non può che nascere come processo culturale di miglioramento all’interno dell’istituzione attraverso il confronto e il controllo reciproco. Questo significa che un sistema di valutazione serio ha senso soltanto come sistema di ispezioni interno all’istituzione e non governato dall’esterno da organismi irresponsabili, sottratti a ogni valutazione e controllo. Tanto più se questi organismi procedono sulla base di quei sistemi basati su indicatori numerici – il che è peraltro spesso reso inevitabile dal fatto che i “valutatori” sono per lo più statistici o economisti della scuola che magari non hanno mai messo piede in un’aula e non hanno alcuna competenza disciplinare.
Ogni azione sull’istruzione e sulla ricerca che non metta al centro le persone, la cultura, la conoscenza, è profondamente sbagliata e pericolosa.
Basterebbe una sola osservazione a mostrare quanto la via che si è presa sia opaca e avventata. In questi anni, da parte di chi si oppone a questa ossessione burocratico-numerica falsamente “oggettivista” sono stati prodotti argomenti a non finire, documenti, analisi che molto spesso provengono dall’estero e fanno riferimento a sperimentazioni già fatte e agli esiti disastrosi che hanno avuto. Non sto a fare qui l’elenco di questi documenti che spaziano dal campo dell’uso rovinoso di indicatori numeri quali l’impact factor e il citation index nella ricerca, ai pessimi esiti dei sistemi di valutazione mediante test nella scuola che hanno fatto passare per un “successo” autentici disastri come l’insegnamento della matematica in Finlandia. Mi limito a ricordare che un’autorità come Diane Ravitch, principale consigliere di Bill Clinton e protagonista delle riforme statunitensi basate su test, accountability e competenze (mettendo in secondo piano conoscenze e curricula) ha scritto un libro di profonda e radicale revisione autocritica (The Death and Life of the Great American School System), sostenendo che al primo posto occorre rimettere conoscenze e curricula e che «una persona ben istruita ha una mente ben riempita di conoscenze, formata dalla lettura e dal pensiero sulla storia, la scienza, la letteratura, le arti, la politica. Una persona ben istruita ha appreso come spiegare le idee e ad ascoltare rispettosamente gli altri».
Lei non pensa signor Ministro che tutte queste problematiche meriterebbero una riflessione pubblica approfondita e che, soltanto dopo tale riflessione, la politica dovrebbe scegliere la strada da seguire e imporla all’intendenza? Invece finora qualsiasi obiezione è stata accolta senza risposta di merito, con una scrollata di spalle, e trattata sprezzantemente come frutto di una minoranza di agitati e di fanatici. Se si interrompe questo andazzo il proposito di “ridare dignità alla funzione dell’insegnante” diventa uno slogan vuoto.
Da ulteriore speranza la sua affermazione che occorre procedere con cautela con l’agenda digitale, non facendone la priorità assoluta. Sia chiaro nessuno vuole intralciare il progresso. Ma la tecnologia non è il toccasana di per sé e, anche qui, i metodi non possono venire avanti ai contenuti. Non si può andare avanti a tappe forzate verso i libri digitali senza preoccuparsi minimamente di come verranno strutturati in termini di contenuti, di come introdurre una formazione culturale di qualità con i nuovi sistemi. Sappiamo bene che attorno a tale agenda vi sono potenti interessi economici, e anche affaristici, ma il primo compito della politica in un momento in cui si straparla di giovani, è di mettere avanti a tutto l’esigenza di formare nuove generazioni seriamente preparate ai massimi livelli. La determinazione degli strumenti più adeguati viene di conseguenza.
Gentile Ministro, restituisca la speranza che finalmente cultura, conoscenza, scienza ritornino ad essere il centro gravitazionale del sistema dell’istruzione e della ricerca.
(Il Sussidiario, 2 maggio 2013)

domenica 28 aprile 2013

Le falso contrapposizioni tra “vecchio" e "nuovo"


È unanime il giudizio che da molti anni, in ambito politico-istituzionale, non si udiva un discorso del livello di quello tenuto dal Presidente Napolitano davanti alle Camere: c’è chi si è spinto a dire che andrebbe letto e commentato nelle scuole. La vicenda ha alimentato il solito argomento critico del “nuovismo”: la qualità non ha età. Ma la credenza che la gioventù porti automaticamente con sé un positivo rinnovamento non è falsa per questo motivo ovvio, ma per una carenza più profonda che è la fonte di molti nostri mali: l’assenza di un rapporto vitale tra tradizione e innovazione.
L’assoluta necessità di tale rapporto fu ben spiegata da Hannah Arendt: se i vecchi vogliono preparare i giovani a rinnovare il mondo occorre che «non li estromettano dal mondo presente lasciandoli in balìa di sé stessi», evitando di fornir loro gli strumenti per intraprendere qualcosa di nuovo. Questi strumenti sono la trasmissione critica della tradizione, che ha assoluto bisogno – dice Arendt – di un minimo di conservazione. Gli errori più devastanti sono quelli di trasmettere la tradizione come qualcosa di intoccabile o, all’opposto, di ignorarla per inseguire la mitologia del “nuovo” che, senza radici,  si riduce a vuota declamazione.
Un’immagine del primo errore è data dalla gerontocrazia sovietica degli ultimi anni, chiusa in un’autodifesa dogmatica, incapace di trasmettere alcunché, e quindi di crearsi una discendenza nelle nuove generazioni, se non imponendo un ottuso asservimento. Il prodotto di entrambi gli errori si vede nella crisi attuale del Partito democratico. Spiegare questa crisi come una decomposizione in bande significa scambiare l’effetto con la causa, che è invece una grave carenza di prospettive. Quali sono i progetti ideali e concreti del Pd? Difficile dare una risposta. Se è fallita la miscela di componenti legate alla tradizione socialista e comunista e di indirizzi meglio rappresentabili da una cultura liberale o tecnocratica, è a causa di scelte mancate. Una tradizione imponente come quella comunista non poteva essere liquidata senza un ripensamento profondo che la traghettasse verso una visione socialdemocratica o comunque verso qualcosa di definito. Si è preferito fare operazioni di maquillage, fare una sommatoria di spezzoni “progressisti”, mettere in soffitta la tradizione senza discuterla a fondo e quindi lasciare che pesasse sulle teste sotto forma di nostalgie e attaccamenti inveterati che ancor oggi si fanno sentire. È davvero spenta la disperazione per aver messo da parte la parola “compagno”? E quanti militanti si sentono ancora come quel dirigente che anni fa lamentava «dovremo stare in clandestinità per chissà quanto»? Non rielaborando criticamente la tradizione, si è finito col trasmettere ai giovani solo riferimenti identitari e sentimentali vuoti di contenuto: “sinistra”, “progressismo”, “sociale”, “egualitarismo”, e magari anche “rivoluzione”. E i contenuti non ci sono perché, quando si scrivono programmi enormi in cui c’è di tutto, è come se non ci fosse nulla. Allora, tutto si riduce a una questione geometrica: a Renzi, che pensa un Pd un po’ più a destra dell’attuale, si contrappone Barca che lo vuole tra il Pd attuale e Sel, e via situando. Purtroppo, tutti i riferimenti si definiscono rispetto agli altri e la sinistra è come una geometria impazzita. È inquietante sentire alcuni giovani dirigenti mentre proclamano con sicurezza che le giovani generazioni sono perfettamente in grado di prendere in mano il partito: come e per fare cosa? È l’immagine di una generazione in balìa di sé stessa – per dirla alla Arendt – senza una cultura di riferimento; e, di certo, per colpa di una classe dirigente che, per troppo tempo, ha giocato ambiguamente con la tradizione, evitando un confronto aperto e, per altro verso, ha giocato a ricorrere le mode “giovani”, incapace di trasmettere un patrimonio critico.
Ma occorre essere consapevoli che questo male investe ogni aspetto della nostra società ed è drammaticamente evidente nel disastro dell’educazione e dell’istruzione. Ne è una manifestazione emblematica la sostanziale scomparsa dalla memoria dei più giovani di cosa siano stati il Risorgimento e i processi fondanti l’unità nazionale. Anche degli eventi fondanti la Repubblica si sa poco o niente e, in questo vuoto malamente riempito nel passato da troppa retorica acritica, si fa persino spazio la rivalutazione del fascismo, peraltro anch’esso sconosciuto. Come mai? Perché a scuola non si studia più seriamente la storia. Perché si crede che il modo migliore di “rinnovare” sia accantonare la tradizione, senza fare lo sforzo di ripensarla e rinnovarla. Perchè – in una pulsione di adulazione del “giovane” – si tende a sostituire la lettura dei classici della letteratura italiana con brani antologici del genere “diario di una schiappa”. Perché si crede che un rinnovamento dell’istruzione possa essere miracolosamente prodotto dalle metodologie e dalle tecnologie, accantonando come secondari o irrilevanti i contenuti, e anche la figura dei maestri. Ma un paese che perda i suoi legami con la sua cultura, la sua storia, le sue tradizioni e la capacità di ripensarle e rielaborarle continuamente ha un futuro precario.
Giorni fa, in un dibattito, un imprenditore supplicava: «Per favore, date cultura e conoscenza ai giovani, cultura e conoscenza, non solo tecniche, ché quelle si acquisiscono facilmente». Speriamo che un simile appello venga raccolto, come parte dell’opera di riscatto nazionale cui ha invitato il presidente Napolitano e confidiamo che la ventata di novità rappresentata da tanti giovani al governo vada in direzione opposta al falso nuovismo.
(Il Messaggero, 28 aprile 2013)

venerdì 26 aprile 2013

In attesa che si scenda in campo contro l'omofobia...

Dichiarazione di Grillo di poco fa: «il governo che sta nascendo è un'ammucchiata degna del miglior bunga bunga. Tutti passivi tranne uno che di bunga bunga se ne intende».
Per aver osato avanzare una critica civile dei progetti di "matrimonio gay" sono stato linciato come omofobo, razzista, reazionario, fascista, nazista, e chi più ne ha più ne metta.
Ora mi piacerebbe veder scendere in campo, a proposito di questa mirabile dissertazione su “attivi" e "passivi" qualche voce " progressista", magari quelle che si sono spese tanto per un governo con Grillo e M5S, e che ancora vorrebbero farlo. Per esempio, che ne dice Rodotà-tà-tà?

lunedì 22 aprile 2013

ONORE AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO

Ha tenuto uno dei più grandi discorsi politici che si ricordino da più di un ventennio

domenica 14 aprile 2013

Psicopatologia del "copia e incolla", ovvero l'arte di mistificare le altrui verità


Anni fa un filosofo italiano fu pescato ad aver copiato mezza pagina di un collega straniero. L’incriminato si difese dicendo che erano cadute le virgolette. Alla luce di quel che accade oggi e della tecnologia disponibile per il plagio era un povero untorello: copiare a macchina mezza pagina gli costò un tempo mille volte maggiore di quello necessario oggi per copiare e incollare 1000 pagine. Quando si diffusero i personal computer dissi a un amico che era un’opportunità per scrivere di più e meglio. Rispose, a ragione, che era un guaio perché sarebbe cresciuta la massa di scritti inutili, il plagio sarebbe diventato una prassi e a scuola nessuno avrebbe più studiato e pensato. Un’insegnante mi scrive che, per aver rimproverato uno studente reo di aver costruito un compito copiando in rete, si è sentita rispondere: «A professoré, sta già tutto lì, che senso ha fatica’?». E anche gli insegnanti si adattano. In una classe si assegna una ricerca a tema: un gruppetto legge, studia e compila a mano un cartellone; un altro copia e incolla da Wikipedia e lo fornisce elegantemente stampato. Al primo un 7, al secondo un 9. D’altra parte, come resistere se mezzo mondo copia e incolla, i ministri vantano il digitale come la pietra filosofale e il cattivo esempio viene dall’alto? È una valanga. Due anni fa il ministro della difesa tedesco zu Guttenberg si dimise per aver copiato la tesi di dottorato. Due mesi fa, si è dimessa la ministra dell’istruzione tedesca Schavan, sempre per reato di copia-incolla, allungando una lista che comprende europarlamentari, ministri e il presidente ungherese. Ora è costretto a dimettersi il Gran Rabbino di Francia, Gilles Bernheim. Ha millantato un’inesistente agrégation in filosofia, ha spacciato come suo un libro di “meditazioni sull’ebraismo” di Jean-François Lyotard, ha rubato brani di un sacerdote cattolico, Joseph-Marie Verlinde, per il suo manifesto contro il matrimonio gay, e via copiando. Non solo recidivo ma sfacciato, ha tentato di far credere che fosse stato Lyotard, che dalla tomba non può difendersi, ad averlo copiato... E, dopo aver gettato discredito sulla sua elevata funzione, ha tentato persino di non dimettersi.
Quando la demenza dilaga è come un sostanza oleosa che si insinua dappertutto. Così, tra i commenti critici si leggono propositi insensati. Secondo alcuni, il plagio confuterebbe le tesi copiate. Difatti, se uno copia Aristotele o Kant vuol dire che sbagliavano loro... Il povero Lyotard oltre a vedere le sue tesi copiate le vede anche falsificate. Jean-Noël Darde, che da anni insegue i “copia e incolla”, ha sostenuto una tesi ardita: il fatto che parte del testo di Bernheim contro il matrimonio gay sia ripreso da scritti di padre Verlinde “macchia” la Chiesa. E perché mai? Se mai, andar d’accordo con le tesi di Verlinde-Bernheim è una prova di coerenza. Né si vede perché i rabbini, tra cui diversi italiani che hanno detto le stesse cose di Bernheim prima di lui, dovrebbero scomporsi: le loro idee sono quelle, chiunque le abbia enunciate, che sia ebreo o cattolico. A meno che non si pensi che le idee hanno un valore diverso secondo l’ambiente da cui provengono – comunità, appartenenza politica o “razziale”. Per Darde il fatto che in un libro-dialogo con il cardinale Barbarin, Bernheim abbia plagiato tesi di Jankélévitch metterebbe il primo in grave difficoltà. Quindi, il valore delle idee dipende anche da chi le dice. Ma non basta: c’è plagio e plagio. Dipende sempre dalle idee, dall’ambiente, dalla persona. Difatti, c’è chi si dimette o è costretto a dimettersi e chi, pur avendo copiato al limite delle capacità umane, viene assolto perché – si dice – ha commesso un peccato veniale o, come si arrivò a sostenere in un celebre caso italiano, è ricorso al plagio “come forma esasperata e accentuata della fascinazione”...
Insomma, il “copia e incolla”, tra cleptomania e ideologia, porta sul proscenio della cultura personalità che fanno apparire imponente quella dell’ispettore Clouseau.

(Il Foglio, 13 aprile 2013)

venerdì 5 aprile 2013

Grillo suona lo spartito di Robespierre e c'è una sinistra che lo segue ipnotizzata


Poiché – come dice Roger Scruton – l’Europa è in mano di élite che hanno deciso di distruggere le identità nazionali e le loro culture, anche al prezzo di massacrare le economie dei singoli paesi sull’altare del modello tedesco, non è da stupirsi che sorgano ovunque reazioni estremiste (“populiste”) che non si dissolveranno con le deprecazioni. La teoria Gardels-Goulard-Monti (di recente in voga) della limitazione della democrazia da parte delle “élite selezionate in base al merito” evocava la scivolata in cui era incorso Condorcet, uno dei teorici del principio secondo cui la democrazia si fonda sulla “rappresentanza”, quando disse che “una società che non è governata dai filosofi cade in mano ai ciarlatani”. Sono estremizzazioni che suscitano il loro simmetrico e contrario: Robespierre travolse in un sol colpo l’idea platonica della dittatura dei sapienti e la teoria della rappresentanza, proclamando che l’unico sapiente è il popolo, l’unica democrazia è quella diretta, in cui il popolo governa senza mediazioni. In un memorabile discorso tenuto nel maggio 1794 proclamò che l’artigiano e il contadino erano conoscitori dei diritti dell’uomo e della luce della filosofia più dell’accademico Condorcet, di fama scienziato e letterato, in verità cospiratore che lavorava contro quei diritti e quella luce “con il perfido guazzabuglio delle sue rapsodie mercenarie”. 
A ennesima conferma dell’aforisma di Marx secondo cui la storia si ripete come farsa, le flatulenze verbali hanno preso il posto del linguaggio letterario di Robespierre. Ma lo spartito è lo stesso, quel vetusto spartito che da Rousseau in poi in Europa è stato più volte eseguito per soffocare la democrazia rappresentativa tra il mito del governo delle élite e i totalitarismi. È una musica stravecchia: il governo non serve, la vera democrazia è esercitata direttamente dalle masse nelle assemblee popolari. Del resto, Grillo l’ha detto chiaramente: la sua è una rivoluzione francese senza ghigliottina (grazia sua). Al posto del culto della Dea ragione abbiamo le profezie millenaristiche di Casaleggio. La rivoluzione si avvale di nuovi mezzi: informatica e assemblee in streaming. La prima manifestazione di democrazia diretta sarà la nomina in rete del presidente della Repubblica. Quanto al popolo, occorre comunque che qualche tribuno lo porti per mano e gli insegni a dirsi “cittadino” e non “onorevole” e a non farsi abbacinare dai furbi tentativi di riproporre la mediazione della rappresentanza e dei partiti.
Il guaio è che quella musica ha anche incantato generazioni di militanti di sinistra il che rende l’odierna rilettura del vecchio spartito assai poco farsesca. Così va in scena il dramma dell’implosione di una sinistra che non è mai riuscita a liberare tanti dei suoi militanti e dirigenti dal mito della democrazia diretta, del potere alle masse. Ora si vede il tragico risultato di non aver saputo sviluppare già prima del 1989, ma almeno da quel momento, un’opera profonda di revisione culturale e politica volta a sradicare quelle antiche mitologie palingenetiche che rendono fondato parlare di un legame mai completamente reciso con l’utopia comunista. Se il gruppo dirigente del Pds-Ds-Pd non ha svolto quest’opera per un inesausto attaccamento al passato o per il timore di perdere per strada parte dei militanti è tema di storiografia, non di un articolo di giornale. Ma quel che è certo è che lo spettacolo di un partito che trova motivi di convergenza e anzi di parentela con i “citoyens” diretti dai Robespierre e Saint-Just de noantri, e si umilia nell’inseguirli, più che desolante è fonte di grandissimo allarme. Difatti, che la vicenda cui stiamo assistendo sia l’ultimo atto di una storia che non vuole finire, è cosa indubbia. Ma il rischio è che nei sussulti di questa dissoluzione finisca disintegrata la democrazia. A meno che da essi nasca una nuova forza definitivamente lontana dalle mitologie assembleari della democrazia diretta. Ma ogni giorno trascorso senza che questo accada è un passo verso il baratro.
(Il Foglio, 4 aprile 2013)